Ieri ho visto il film Vincere di Marco Bellocchio. Storia tragica di Ida Dalser, moglie (?) segreta, da nascondere, di Benito MussoliniCiò che, superficialmente, avevo sempre considerato pettegolezzo, e non storia, si è rivelato storia, storia della dittatura, storia del costume, storia del potere, storia di una donna che ha pagato cara la voglia di affermare la propria verità, la propria esperienza di vita.
Ida Dalser amante e forse moglie segreta del primo Mussolini, ha da lui un figlio. Ben presto lei ed il figlio diventeranno un intralcio per l’immagine del Duce tanto che moriranno entrambi in manicomio, luogo funzionale al potere: se dici cose che disturbano, cose pericolose sei pazzo!
L’Italia di Vincere era un’Italia innamorata di un personaggio un po’ ridicolo (ai nostri occhi), pieno di sé; un’Italia che sembra più pazza delle tante figure femminili ospiti del manicomio; un’Italia di consensi oceanici dove chi cerca di esprimere se stesso viene rinchiuso, ridotto al silenzio, inutilmente aggrappato ad incombenti sbarre (scena fantastica!); un’Italia dove si vedono avanzare ciechi, guidati da altri ciechi.
Scene dei documentari dell’epoca, musiche epiche ricostruiscono l’inarrestabile ascesa dell’ex socialista ed ateo Benito Mussolini, diventato fascista e firmatario dei Patti Lateranensi. I cinegiornali originali incombono sull’esile figura di Ida.
Le scene del manicomio femminile ricostruiscono le tante vite di donne che non hanno saputo o potuto “adeguarsi”.
Più che un film su una storia personale è un film sul potere e sull’inevitabile destino di chi intralcia la marcia del potere.
Non voglio indulgere in scontati parallelismi tra Mussolini e il Nostro, ma colpisce l’inadeguatezza dell’opinione pubblica di oggi come allora:
oggi come allora siamo ciechi, attaccati l’uno all’altro?
oggi come allora ci innamoriamo dell’uomo di potere?
oggi come allora ci rifugiamo in consensi di massa per sentirci più rassicurati?
oggi come allora lasciamo che chi prova ad opporsi venga rinchiuso, emarginato, sepolto vivo?
oggi come allora siamo complici di un potere sempre più prevaricatore?
Forse abbiamo imparato troppo bene la lezione dello psichiatra “buono” del film che consiglia Ida: “Ora è il tempo di tacere, di fingere.”
postato da: emanuela53 alle ore 11:49 | Link | commenti (17)
categoria:politica, cinema, mussolini, bellocchio
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Némirovsky nel 1942, poco prima di essere arrestata e deportata come ebrea russa ad Auschwitz, da dove non è più tornata. Il manoscritto riporta nella pagina di destra il romanzo e nella pagina di sinistra appunti e note di diario. Il romanzo, affresco della Francia sconfitta, occupata dai nazisti, si legge con emozione. Ritroviamo le nostre miserie e le nostre debolezze nei comportamenti dei personaggi messi sulla scena dall’autrice: lo scrittore vanesio, il borghese interessato a salvare le proprie ricchezze, la donna in cerca di affetti impossibili in una relazione virtuale con l’ufficiale dell’esercito d’occupazione ...Le note di diario, pubblicate in Appendice, ci svelano le riflessioni dell’autrice, già chiaramente delineate nelle pagine del romanzo. Ne riporto alcune “Quali sono le scene che meritano di passare alla posterità? ...non tanto gli attentati e la fucilazione degli ostaggi quanto la profonda indifferenza della gente” “...i fatti storici, rivoluzionari, ecc, devono essere solo sfiorati, mentre quella che viene approfondita è la vita quotidiana, affettiva, e soprattutto la commedia che è specchio della realtà di tutti i giorni”
illustrando il suo libro “Campo del Sangue”, Affinati racconta la storia vera di sua madre, figlia di un partigiano ucciso dai nazisti, catturata e messa sui vagoni per Auschwitz. Alla stazione di Udine, una serie di eventi fortunati, le permettono di scappare, anche con l’aiuto di un ciclista, fermo vicino al treno. Il libro è il resoconto del viaggio, fortunatamente mai fatto dalla madre e che Affinati decide comunque di intraprendere per darsi delle risposte sull’uomo, salvo poi giungere a capire che più delle risposte sono importanti le domande che riusciamo a porci.
